Aspetti legati alla gestione categoria giovanissimi 

I Genitori

“Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori” – Mahatma Gandhi

Argomento molto presente purtroppo è quello dei genitori invadenti e invasivi. Il comportamento di molti genitori varia nei modi e negli atteggiamenti più disparati a seconda dell’impiego o meno del figlio durante le partite di calcio. Dalla mia poca esperienza da allenatore ma anche da quella personale ho notato che i genitori nella maggior parte dei casi cercano attraverso i figli di vivere una seconda vita o avere una seconda chance di successo: avere quello a cui hanno dovuto rinunciare loro chi per motivi lavorativi, chi per “incapacità tecniche”.

Molto spesso prendono decisioni o impartiscono lezioni specifiche ai figli che non sono di loro competenza, ma spettano all’allenatore e alla società.

  • Invadenti perché li vedi e li senti in tribuna sbraitare, lamentarsi, commentare, litigare durante le partite, e spesso li trovi nella sede sociale a cercare chiarimenti su materiale mancante, posizioni di gioco sbagliate, non valorizzazione dell’enorme talento del figlio e tante altre cose da farmi rimanere stupito ogni volta.
  •  Invasivo invece è il comportamento peggiore perché va a colpire direttamente il ragazzo sia nel suo “lavoro”, sia nel rapporto personale con l’allenatore e con i compagni di squadra. Gli preparano la partita da fare, gli dicono come comportarsi in campo, a chi passare la palla più frequentemente, tentare soluzioni personali ed essere il più protagonista possibile per farsi notare ed essere sempre il migliore in tutto.

Risultato di tutto ciò spesso è l’annientamento della personalità del ragazzo e dei sacrifici che ha fatto per tanto tempo. La maggior preoccupazione di questi giovani è quella di non disattendere le aspettative del genitore; spesso lo cercano in tribuna con lo sguardo attendendo un cenno di approvazione dopo una giocata o un’azione personale.

Capita inoltre che durante le riunioni pre e post-gara i ragazzi si isolino e si sentano estranei alla squadra, e questo li ferisce più di una pallonata in viso. Molte volte vorrebbero confidare le proprie ansie a un amico o al mister ma la paura dei rimproveri del genitore fa sì che si chiudano ancora di più in se stessi.

In una età cosi sensibile è un danno che può compromettere pericolosamente il futuro sia calcistico sia di realizzazione in altri campi lavorativi e professionali.

Come intervenire?

Innanzitutto credo sia bene porre le basi per una corretta relazione sin dall’inizio. Fin dai primi allenamenti è bene organizzare un incontro con i genitori dove presentarsi ed esporre gli obiettivi della stagione sia a livello di risultati e di programmazione di lavoro, sia a livello di logistica e di relazioni con il gruppo squadra.

Nella categoria Giovanissimi sono i giocatori a dover essere responsabilizzati, lasciando i genitori in secondo piano. Il Mister dovrebbe mettere subito le cose in chiaro, privilegiando un rapporto con i giocatori e cercando di spingere i ragazzi a colloquiare direttamente con lui in caso di problemi o anche solo per chiedere consigli. Anche le telefonate per assenze, ritardi, malattie è sempre meglio esigerle dal giocatore stesso.

Questo non significa svalutare il contributo dei genitori, né rinunciare all’apporto che questi possono dare alla vita sportiva della società. Ci sono infatti padri che si rendono disponibili a un ruolo di aiuto nell’organizzazione di trasferte o manifestazioni particolari, così come esistono molte madri coinvolte nella gestione di eventi extra-sportivi o nella cura di divise e del materiale sportivo.

Tutto questo ha un grande valore e stimola nei ragazzi maggior coinvolgimento; anche per la società sportiva e per tutto il team dei tecnici diventa un dovere considerare la famiglia come un’importante risorsa che promuove l’amore per lo sport e il miglior funzionamento della società stessa.

Il rapporto allenatore-genitore dovrebbe essere il più distaccato possibile, all’interno di una logica di collaborazione di rispetto e di dialogo. Questo significa non negare un colloquio con un genitore “oppressivo”o con il “genitore del fenomeno” sopraindicato, ma si traduce nel sapere mettere dei paletti quando questo genitore richiede un’attenzione particolare verso se stesso o verso il figlio rispetto agli altri, nonché quando diventa troppo accomodante e disponibile al fine di ottenere privilegi.

Quando i genitori cercano di instaurare un rapporto troppo amichevole, di solito hanno l’obiettivo di stabilire una relazione alla pari, proprio in un contesto dove gli allenatori devono assolutamente rimarcare la differenziazione di ruoli in funzione delle competenze.

Rispettare la differenzazione dei ruoli pone i genitori nella posizione di non poter interferire, perché l’allenatore è percepito a un altro livello di comunicazione.

Estratto tesi UEFA PRO di Mark Iuliano

Credit immagine: Allfootball.it

www.topallenatori.it

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *